Titoli e opere evocano il tentativo di dare voce ed echi condivisibili a un caos interiore di sentimenti, sofferenza, dolore e allo stesso tempo di distaccarsene, proiettandoli sullo spazio a due dimensioni del quadro come paesaggi o simulacri di paesaggi da abitare più che da osservare.

In ogni quadro l’impianto è sostenuto da una sorta di orizzonte che interrompe e guida il vortice di emozioni affidato a grumi pastosi di colori molto contrastati e a pennellate graffianti che disegnano tracciati bizzarri in fondo ai quali puoi intravedere come in un sogno skylines di città, profili di colline e di dune, specchi d’acqua. Manca solo, tranne in pochi casi, l’eterea leggerezza del cielo, il respiro dell’aria, del vuoto. Forse, quasi senza rendersene conto, l’autrice vuole negare allo sguardo che attira in quel magma di segni pause e punti di fuga. Se si apre uno squarcio è subito occupato, chiuso da ingombri cromatici, sbarre scure, cavalli di frisia che solcano lo spazio.

L’inconscio come unclaustrofobico campo di guerra.

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