Chi ha un po’ di familiarità con l’immensa produzione letterario-documentaria sulla città, potrà dire con buone ragioni che in essa il discorso estetico non è mai stato marginale, tanto meno nell’architettura modernocontemporanea. Con altrettanto vivo interesse, passione e riconoscimento di una natura artistica originaria all’architettura  (ma anche perseguendo obiettivi di una sua conciliazione dialettica con gli ambienti “naturali” perduti o che rischiamo di cancellare definitivamente) anche  l’urbanistica contemporanea ha riaperto ad una critica estetica al territorio dagli alti valori teoretici con tante buone conseguenze disciplinari interne ed esterne e tra queste l’affermazione decisiva dell’idea/strumento di paesaggio. Con una maggiore predisposizione rispetto all’architettura e all’urbanistica, l’arte si avvale poi di un alleato fondamentale: il sogno, che si muove con successioni allucinatorie attraverso mascheramenti e velature simboliche. L’arte ci dice che la comprensione della realtà (nella doppia dimensione con-fusa al virtuale) non può essere autoevidente ma, al contrario, ha bisogno di un lungo percorso che metta in luce ogni implicazione dei simboli, ogni loro possibile rappresentazione e significanza in un processo infinito, ma non per questo inutile, in definitiva ci spinge a riconoscere che ci si può capire qualcosa… v’è comprensione, ma una comprensione ulteriore è sempre possibile!La forma connota l’esistenza e l’identità dei corpi urbani soprattutto nei “nuovi oggetti di tempo” dell’architettura contemporanea. Oggetti dal corpo esteso nello spazio e sensibili allo spazio/tempo che li trasmuta continuamente. In questa densità variabile di oggetti/corpi temporalizzati e a loro volta spazializzati, nascono questioni nuove di rapporto tra forma/figura/spazio/identità/percezione, proprio a causa di un ulteriore rapporto tra forma e tempo.

Ritornano in mente lo strutturalismo, mediato dall’indagine formalista di Focillon e l’estetica del silenzio di Merleau-Ponty. Ossia, la ricerca di forme che vivono nell’eterno movimento in cui auto-determinano sintesi espressive diverse, ciascuna delle quali appare, a suo modo, assoluta. E poi l'interesse per la temporalità, la gestualità del segno, la capacità di una struttura formale del pulsare, manifestando la propria vita. L'arte, in quanto morfologia del tempo (cioè rappresentazione del tempo attraverso la variabile densità del vuoto) registra il modo attraverso cui l'uomo sente il divenire; è, in altre parole, la struttura formale della vita.

Ma… per la “costruzione della città” quale ruolo attribuire all’Arte? E nell’Arte come entra la città? Il paesaggio urbano nell'arte contemporanea non è solo documentato ma indagato; spesso, come attraverso un diorama, le sue frammentarietà e le sue discontinuità  sono insite nella nostra percezione della città che è già "strumento di esplorazione” del cambiamento.

Il paesaggio pittorico di Antonella Catini è immagine temporalizzata che prende atto della complessità introiettando un grande sistema di segni e linguaggi per suggerire che le forme complesse d’ordine paesaggistico contengono più paesaggi che possono legarsi in più modi, concatenandosi, incastrandosi, sovrapponendosi. Pertanto esso è il quadro di un conflitto tra molti ordini e storie in trasformazione. Tra gli interpaesaggi si scorge poi un metapaesaggio mnemonico che rende percepibili nelle sue sottocategorie possibili, le variazioni, le ripetizioni, le modificazioni. Tale quadro compositivo è il molteplice che corrode e scioglie ogni tentativo di sintesi delle alterità irriducibili tra singolarità qualitativamente diverse.

Confrontandosi con diversi modi della comunicazione urbana, Antonella Catini costruisce un uso del palinsesto metropolitano, lavorando ad un luogo analogo allo spazio urbano “reale” entro un gusto per le eterotopie - i luoghi altri - di cui vale restituire i segni, ribaltandone l’immagine di puro degrado all’interno di una nuova estetica del paesaggio contemporaneo, quasi a voler preservare questi spazi alternativi rispetto all’efficienza produttiva della città. Roma nei suoi terrain vague può esprimere riserve sottratte allo sfruttamento del mercato, e in queste aree-spazio si possono trovare le condizioni per evadere dalla libertà condizionata delle città. L’espressine pittorica della Catini, può essere vista come una specie di terapia che riesce a mediare il desiderio e la realtà, una specie di terra di mezzo nella quale si possono scorgere richieste inconsce altrimenti inesprimibili. E’ qui che la forma connota l’esistenza e tenta di spiegarne la mutazione processuale come sequenza degli stati della materia e delle sue possibili configurazioni. Ciò comporta l’individuazione sensibile del gioco continuo tra persistenza, identità, aspetto esteriore, variazione… che è sempre implicito nel cambiamento qualitativo. Non a caso René Thom ha spiegato come l’aspetto qualitativo del mutamento riguardi essenzialmente la forma e Ilya Prigogine ha rilevato che ciò che è in gioco nel mutamento è l’organizzazione o se si preferisce il programma, che però non può incorporare un’effettiva risoluzione dei problemi di misura poiché le discipline umane non sono scienze, dunque la misura non è logos principale della spiegazione. Una nuova epistemologia a base morfogenetica può tracciare le linee di nuovi quadri di spiegazione. Gli enti del mondo di natura non sono solo reali ma anche sensibili, ed è proprio la forma che ne assicura l’esperibilità.

Antonella Catini ci consegna un lavoro dove il sistema d’uso del colore, nella presenza di una sua struttura, sempre “striata”, apre uno squarcio entro la sua stessa risonanza emotiva. E non è solo astrazione la sensazione cui le sue pitture rimandano, ma la concreta esperienza cognitiva e corporea che incide le diverse densità della materia per “cavare” parzialità totalizzanti. La forma diviene perciò il legame tra essere ed esperienza e l’arte può ancora conservare l’unità tensiva del dionisiaco e dell’apollineo. La sua scorza esterna porta piacere, approvazione, la fa accogliere alla percezione, contemporaneamente al velato interno di contenuti forti, pulsioni, angosce, fantasie e drammi talvolta difficili da accettare. L’artista può mostrare il suo delirio se riesce ad offrire quel «piacere preliminare» o «premio di seduzione» di cui parla Freud. Nel mostrarlo nasconde le sue logiche o regole ma prima o poi lascia che si presentino. Quest’arte, centrata non più sull’opera ma sull’esperienza, induce il progetto (naturalmente anche quello architettonico) a divenire sede di nuove problematicità, ma soprattutto di convivenza tra le molteplici e contrapposte forme della realtà: immaterialità, flessibilità, reversibilità, sovrapponibilità, dissolvenza… sono già caratteri che hanno costruito i nuovi “codici di senso” per aiutarci a veicolare le nuove “qualità del presente”.

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