consistenza concreta all’interazione psicofisica con il reale, liberando le proprie pulsioni senza però incontrare esiti informali, ma risolvendole invece nella tendenza al contenimento dei propri automatismi nell’equilibrio compositivo dell’opera.

Il gesto pittorico, che è segno e, al tempo stesso, colore, consente l’emersione dei contenuti entro una forma che, anche se allude ai temi della realtà, essenzialmente esprime la relazione con l’input esterno in termini di vissuto interiore, mai raffigurato come puro dato oggettivo.

Strato dopo strato, la materia acquisisce uno spessore, che lascia sempre intravedere tracce di una memoria, perfino arcana. Nella sedimentazione degli stati psichici la realtà, l’ambiente visivo ed emozionale del quotidiano sono suggeriti dal tessuto dell’opera, luogo d’incontro delle esperienze.

La materia cromatica stesa con la spatola, strumento che rende immediata l’identificazione con la potenza del gesto come veicolo di forte energia interiore, consente all’artista di gettare sulla tela i fermenti della propria vitalità, di agire d’istinto, di entrare liberamente in contatto con quella superficie per poi riordinare quella stessa materia, organizzare il proprio gesto in una struttura che si presta ad infinite variazioni formali. Per questa ragione, l’impatto visivo ed emotivo, che immediatamente connota le tele dell’artista, non aggredisce, ma cattura l’attenzione. In qualche modo, risuona dentro. E nell’apparente caoticità del magma cromatico, nella tensione dei segni si avverte la ricerca di una misura come ricerca del proprio sé e, nel contempo, come  necessità di tradurre in linguaggio quanto emerge autonomamente. In tal senso, Catini si muove in rapporto ai propri contenuti interni senza mai perdere di vista il rapporto con l’altro da sé. Scandaglio interiore  e, nel contempo, atto comunicativo, il gesto dell’artista esprime i dinamismi inconsci, ma anche l’apertura al dialogo. Non è un caso che il colore, così vibrante di energia, non esploda sulla superficie, né si limiti a dare luogo ad accadimenti accidentali della materia. E così il segno che non cede ad un impulso incontrollato, né si avventura nel territorio dell’improvvisazione senza cautele, ma risponde invece ad un’esigenza autentica di rigore. Un rigore che non è concettuale, ma che nasce in Catini dalla ricerca del proprio oggetto interno non avulso dalla contemporaneità. La spinta al recupero di un rapporto più diretto con la realtà per cogliere il mondo circostante emerge oggi con forza nella composizione formale delle sue opere.

Dopo una fase di intensa sperimentazione volta a dare espressione a un’interiorità libera, intrinseca al carattere della sua creatività, nelle tele si manifesta infatti l’esigenza d’individuare riferimenti esterni alla propria soggettività, senza per questo tradirla. La realtà, lo spazio urbano, l’ambiente visivo ed emozionale del quotidiano, la rete delle relazioni sono suggeriti dal tessuto dell’opera, ma non invadono i luoghi interni dell’artista. Al contrario, è la propria soggettività ad offrire la chiave di lettura, a filtrare i sedimenti portando alla coscienza la molteplicità di senso dell’esperienza. E nelle stratificazioni della materia, nella trama dei segni, nelle sovrapposizioni del colore alla continua ricerca di assonanze e dissonanze, con quella sensibilità cromatica che da sempre connota il suo linguaggio, trova accoglimento la dimensione complessa di Catini.

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